Estratto Letterario
"Nerissa mi manda la sua fanticella a portarmi sotto la pioggia un fascio di fiori ch’ella ha trovati a Padova in questo pomeriggio. L’umidità entra nella mia stanza, la freschezza si sparge nelle mie lenzuola. Parlando della fante, l’infermiera mi dice vividamente: «È venuta senza ombrello! Gocciola come una grondaia. I fiori sono tutti fradici. Bisogna aspettare che s’asciughino.» La mia continua sete fiuta l’odore umido che sùbito impregna il mio buio. Il cuore mi batte. Prego la pietosa che si avvicini, che mi lasci toccare il fastello. Supplico. Minaccio di strapparmi la benda, di gettarmi giù dal letto. Ottengo. I fiori sono posati su la rimboccatura. Li ho sotto le mie dita veggenti. Li palpo, li separo, li riconosco. C’è il giacinto. È legato col filo in fascetti. Gli steli sono ineguali. Insieme formano un grappolo folto. Il profumo al fiuto aumenta come il dolore in una scalfittura. C’è la zàgara. È il nome arabico che dà al fiore d’arancio la Sicilia saracena. L’appresi, adolescente, su la mia riva, dal mozzo d’una goletta. Tanto mi piace che, se nomino il nome, sento il profumo. C’è la zàgara di serra: un gruppo di foglie che al tocco risuonano, e nel mezzo i bocciuoli duri. A uno a uno li sento. Qualcuno è chiuso, qualcuno è fenduto, qualcuno è mezzo aperto. Qualcuno è delicato e sensitivo come un capezzolo che teme la carezza. L’odore è candido, acerbo, infantile. Ma bisogna cercarlo con le narici in mezzo alle foglie diacce e stillanti che m’inumidiscono il mento e mi entrano in bocca. C’è l’amorino. È il più fradicio di pioggia, è tutto pregno d’acqua di nubi. Più odora all’apice, come l’ultima falange delle dita che lavorano i belletti. C’è in fondo al suo odore un che del fico latteggiante, del piccolo fico verdino. C’è pure, se insisto, un che della susina claudia matura. Odore di erba più che di fiore, di frutto più che di fiore. Meglio mi piace la zàgara, nome e cosa. È più tenue, più rara: non nuziale ma virginea. La cerco ancóra dentro la fronda. Mi sbianca il fuoco dell’occhio. È dura e bianca come la sclera. [...] Ma di dove viene quest’odore di mammole? Ci sono violette nella stanza? Chi me le ha nascoste? Allungo le mani caute per cercare intorno a me. Trovo un mazzo ch’era scivolato dalla rimboccatura verso la proda. Il cuore mi batte. Per un nulla il cuore mi balza! È un mazzo di mammole. Bagna-to, non aveva profumo. Il calore del letto lo rianima. È una sorpresa squisita. Ne gioisco come se le avessi colte io medesimo sul margine di un prato strano. Non sono le violette di Padova; sono per me le violette scempie di Pisa la dorata. Mi ricordo d’un acquazzone di marzo a Pisa… "