«Queste, che ’l giusto e ’l vero alfin m’elice, Voci, cui nell’uscir sorprende il pianto, Gradisci, alma sublime, e intendi ah! quanto Più che il labbro tremante il cor ti dice. Bella e ricca per te, chiara e felice, M’ergo, trofeo della tua mente e vanto, E d’egra esangue, in giovenile ammanto Mi ravvivo al tuo Sol, nova Fenice. Dubbia, il confesso, a’ tuoi raggi possenti Chinai le ciglia, e a ravvisar qual sei Furo un tempo i miei sensi infermi e lenti. Ma chi sotto uman vel pressente i Dei? Vincon l’umana fede i tuoi portenti: Perdona al tuo gran Genio i torti miei».
Nel sonetto è la città di Padova a parlare: è dedicato ad Andrea Memmo, alla fine del suo mandato di podestà.