L'usura a Padova (Inferno XVII, 64-73)

Opera: Divina Commedia

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L'usura a Padova (Inferno XVII, 64-73)
Divina Commedia
pp. 522-523
E un che d'una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
Or te ne va; e perché se' vivo anco,
sappi che 'l mio vicin Vitaliano
sederà qui dal mio sinistro fianco.
Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
che recherà la tasca con tre becchi!"».
Fra gli usurai, Dante colloca ben due padovani. La "scrofa azzurra" in campo bianco, infatti, è l'insegna della famiglia Scrovegni di Padova. A prendere parola è Rinaldo (o Reginaldo) degli Scrovegni, la cui fama di usuraio era molto diffusa. Si dice che il figlio Enrico (o Arrigo) fece costruire la cappella affrescata da Giotto per espiare i peccati del padre. Rinaldo accusa altri due personaggi: Vitaliano del Dente, cavaliere padovano, podestà di Padova nel 1307, il cui nome si trova implicato in varie vicende di liti e processi per prestiti. Il secondo nome, invece, è dell'usurario fiorentino Giovanni Buiamonti, il cui stemma erano tre becchi (cioè tre capri) in campo d'oro.

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