Mens, quae lactiferi niveo de limite circi, Fluxisti has nostri corporis in latebras, Nil querimur de te, tantum probitate refulges, Tam vegeto polles nobilis ingenio. [...] Aut igitur commissa diu bene membre foveto, Aut deserta, cito rursus in astra, redi. Verum ubi millenos purgata peregeris annos, Immemoris fugito pocula tarda lacus. Tristia ne priscis reddant te oblivia curis, Neu subeas iterum vincla reposta semel. Quidsi te cogent immitia fata reverti, Quidlibet esto magis quam miserandus homo. Tu vel apis cultos, lege dulcia mella, per hortos, Vel leve flumineus concine carmen olor. Vel silvis pelagove late; memor omnibus horis, Humana e duris corpora nata petris.
Anima mia, che discendesti candida dal limite nevoso del cerchio celeste, rifugiandoti in queste oscure pieghe del corpo, nulla ho da rimproverarti: trasparente nella tua virtù, nobile d’ingegno, limpida e vivace. [...] Dunque, o proteggi con cura le membra affidate, oppure abbandonale, e torna alle stelle, presto. E quando avrai percorso mille anni di purificazione, fuggi le coppe del Lete e la loro memoria stanca. Che l'oblio non ti restituisca al dolore antico, né ti leghi ancora a catene già spezzate. Se il destino crudele ti costringerà a tornare, sii tutto fuorché un uomo da compiangere. Meglio che tu sia un’ape, a cogliere miele tra i fiori, o un cigno, a cantare dolcemente sul fiume. O vaga tra selve e mari, ma ricordati sempre, che i corpi umani nascono da pietre dure.