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L'infelicità (Canace, Cameriera, vv. 510-545)
L'infelicità (Canace, Cameriera, vv. 510-545)
Opera: Canace
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L'infelicità (Canace, Cameriera, vv. 510-545)
Canace
pp. 493-494
CAMERIERA Sempre d'allora in qua che prima apersi Gli occhi dello 'ntelletto Nelle tenebre umane, ho conosciuto Che la vita mortale in ogni stato Et in ogni sua etade, Benché sia brieve e incerta, È nondimeno un fermo, ampio ricetto D'ogni infelicitade. La cagione io recava, Sciocca, suso alle stelle e alla fortuna, Naturale inimica Della nostra quiete, Sì come io mi pensava. Ma or novellamente per l'exempio Della nostra reina Che lascia il ver che la patria far lieta E dietro a' sogni e l'ombre A travagliare è vòlta, Vedo assai chiaramente alcuna volta Per null'altra cagione Esser l'uomo infelice Salvo perché ei non crede, Né sa esser felice. O che giusto giudicio in cotal caso Farebbe il ciel, se solo ove è la colpa Si mandasse la pena! Ma non consente Amore Che di due cori amici un si tormenti Senza l'altrui dolore. Questo provo in me stessa, Che conosco l'errore Della reina e forza è che io sospiri I suoi vani martiri. Né son senza paura Che 'l suo strano temer fuor di ragione Sia quasi come augurio D'alcuna rea ventura.