Il Pedrocchi, più che un bell'edificio, è anche adesso e sarà certo in avvenire una istituzione non pur utile, ma necessaria: necessaria a tener legate moralmente, se non a unire esteticamente, le due antiche città che formano Padova: quella del Santo, ariosa silenziosa statica dominata da grandi cupole chiare e da immensi alberi ombrosi e quella del Palazzo della Ragione, chiusa cupa irta di torri sinistre e popolata di variopinti mercati. (E se si vuole, anche la terza Padova: quella novissima, di cemento armato, rudimentale ancora e perfettamente insignificante). Nella zona neutra c'era, sì, e da molti secoli, l'Università; ma una scuola d'alta dottrina è un paese solitario ed impervio, un tempio di misteri impenetrabili ai profani. Ci voleva un luogo d'incontro aperto a tutti, accogliente con dignità ma senza sussiego: borsa d'affari, palcoscenico di eleganze e salotto di chiacchiere digestive. Ed ecco venir su il Pedrocchi, dal sogno ambizioso di un caffettiere sparagnino e dalla vivace fantasia d'un architetto di buon gusto. Venne su ampio armonioso, in figura press'a poco di clavicembalo, romanticamente classicheggiante, lucido di marmi e senz'altra decorazione pittorica ai muri che due grandi mappe del mondo; ospitale al punto da non voler porte per offrire asilo anche ai poeti nottambuli e ai mercanti mattinieri... Da allora son passati cento e più anni; e dopo tanto evo esso è sempre il cuore dove affluisce tutto il sangue di Padova. Poesie del Fusinato e del Prati; schioppettate austriache del'48; lo zabbaione di Stendhal e il sigaro virginia di Ardigò; placide beghe di professori e strepitose baraonde di studenti lungo un secolo intero: tutto è passato, e tutto è ancora vivo qua dentro, in questo ben fatto cuore di marmo e di velluto. Io dico che i Padovani dovrebbero incidere sulla parete del nicchione centrale, sopra la flessuosa navicella del banco, il nome di Antonio Pedrocchi, come quello del loro benefattore massimo (dopo il Santo, s'intende) e sotto, con verità appena un poco esagerata: Deus nobis haec otia fecit.